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Editoriale
17/07/2017

Artigianale senza vincoli normativi

Nonostante il business, non esiste nessuna legislazione sul gelato cosiddetto "artigianale"

“Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati”, correva l’aprile del 1972 e così cantava Lucio Battisti in “I giardini di marzo”, offrendo una cartolina di quell’epoca, quando il gelato veniva offerto attraverso un mezzo rudimentale, ma di certo romantico. Da allora il mondo del gelato è cambiato assai: oggi in Italia ci sono ben 38 mila gelaterie (compreso bar e pasticcerie), sui social imperversano le foto del gelato e sono tante le classifiche e i contest  (sondaggi.gastronauta.it) che hanno come protagoniste le gelaterie nazionali. Insomma un cult del made in Italy, tanto è vero che non c’è traduzione e in larga parte del pianeta il gelato viene chiamato solo così. Anche se ci sono tesi contrastanti sull’origine, noi siamo per riconoscere al Buontalenti l’imprimatur e preferiamo il gusto che porta il suo nome in alcune gelaterie fiorentine (Badiani).

Purtroppo della canzone di Battisti di attuale è rimasto solo quel verso che cantava “al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti” perché i carretti sono davvero rari, a fronte di un’invasione di insegne che caratterizzano il Buon Paese e non solo. Il fenomeno delle catene (dirette o in franchising) sta spopolando: Grom, Venchi, Rivareno, La Romana, Tasta ormai sono presenti in molte città italiane. Insomma una nuova pagina innovativa del gelato made in Italy che purtroppo non è stata riscritta per quanto riguarda la normativa. Infatti, nonostante una crescita esponenziale del business, non è mai stata in vigore una legislazione sul gelato cosiddetto "artigianale", aggettivo nobile che però viene attribuito liberamente sia alle gelaterie vere, dove il gelato viene preparato ogni giorno a partire da una miscela base messa a punto nel laboratorio, sia a chi assembla nelle vaschette un semilavorato preconfezionato e anche ai punti vendita che non fanno altro che servire un cono con il gelato fornito direttamente da un laboratorio industriale.

Rebus sic stantibus, qualunque gelateria può definirsi artigianale. Il costo in lire del carretto ai tempi di “I giardini di marzo” forse è pari all’apertura dei giorni nostri di un locale in franchising. Difatti si può leggere nelle proposte pubblicitarie: con sole 4.900 euro un’azienda friulana propone l’apertura di una gelateria con gelato già pronto per essere venduto. E la qualità? Come ai tempi dei carretti? C’è chi ci crede, io no!



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Francesco (4 mesi fa)

completamante d'accordo. L'etichetta di un gelato industriale è lunghissima e partecipata di tantissime sostanze chimiche. Nelle gelaterie "artigianali" spesso non si riesce a sapere gli ingredienti (sono pochissime, e da portare in palmo di meno, quelle che lo fanno e danno comunicazione al cliente). Sono troppe quelle che affermando di essere artigianali vogliono difendersi dallo spiegare come producono il gelato.

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