L'olio italiano perde la verginità

Lo scandalo della contraffazione dell'olio extravergine d'oliva italiano scoppia a livello internazionale


Ecco di nuovo alla ribalta l'olio d’oliva extravergine italiano denudato, o meglio messo alla berlina dalle vignette di un quotidiano, il New York Times, letto e riletto dal titolo: “il suicido dell’extravergine – l’adulterazione dell’olio di oliva italiano” che hanno colpito duramente l’oro giallo, made in Italy a livello internazionale. Che venga scalfita la verginità o meglio l’extraverginità, come ha scritto Tom Mueller, giornalista americano nella sua accurata indagine è dir poco. 


Mi chiedo quale danno abbia subito questo unico e straordinario giacimento gastronomico. In tanti, in molti, sanno bene che ciò che è stato “rappresentato” a mo’ di vignetta è vero, si tratta di un’attività illegale che ha creato ricchezze immense con le frodi e la contraffazione, danneggiando la miriade di produttori italiani seri e onesti. Immagino già i sorrisi o le battute di chi legge: “è tutto come prima, la qualità italiana è indiscutibile, non ha concorrenti, oltre quattrocento cultivar che nessun altro possiede, gli olivi secolari, la tradizione". Certo, queste osservazioni non fanno una piega, ma vogliamo, per una volta, ammettere inter nos che la  contraffazione di olio d’oliva in questo paese esiste? Certo abbiamo tutto: olivi sparsi per quasi tutto il territorio, cultivar a gogò ma perché allora siamo il principale importatore mondiale? Gatta ci cova! 
 

Vogliamo altresì riconoscere che l’Italia è molto liberale: accoglie a braccia aperte olio extra comunitario marocchino, tunisino e pure spagnolo: carta canta! Addirittura offre a questi oli clandestini, che non hanno certo richiesto loro asilo gastronomico splendidi viaggi in nave – cisterna, attraverso diversi porti (una vera e propria crociera quella dell’olio con fermate in mari ameni) per poi munirli addirittura di passaporto italiano per venderli al meglio nei diversi mercati. Non è il prodotto che cambia nella crociera, ma sono i documenti che subiscono una trasformazione alla Brachetti. Sì perché è la griffe made in Italy che fa alzare il prezzo. A proposito di crociere gratuite per olio extracomunitario, consiglio chi volesse “navigare in un mare liscio come...”, di leggere l’inchiesta documentata di Tom Mueller (Extraverginità, il sublime e scandaloso mondo dell’olio d’oliva ed. Edt).


La conferma di questi miracoli che toccano la trasformazione di oli “extracomunitari” in italian oil non è un’illazione perché arriva anche dall’attività continua della Guardia di Finanza e dagli altri organi contro le frodi e le contraffazioni che, da anni e, continuano a denunciare queste violazioni. Purtroppo in questo paese, di fronte allo scandalo, si continua a mettere la testa sotto la sabbia, si discute qualche giorno (come sta succedendo di fronte alla denuncia del NYT), poi, secondo il miglior Tommasi di Lampedusa, tutto torna come prima.


L’esempio lampante (a proposito di olio…) è la legge “salva olio” che non risulta ancora pienamente applicata. In questo paese di legulei dove si redigono i migliori provvedimenti, che toccano il cibo, ma restano purtroppo meri testi letterari da azzeccagarbugli, poi, o non vengono applicati o mancano i mezzi e gli uomini per farli rispettare. Per non parlare poi dei ritardi e delle lacune in fatto di legislazione di questo giacimento dell’ Ue, sorda da anni alle richieste italiane sull’ etichettatura.  


Forse una ragione c’è in questo lassismo. Negli anni le aziende più conosciute e distribuite del nostro olio sono passate a gruppi esteri che continuano a far credere ai mercati internazionali che quel prodotto di nome italiano lo è anche nel contenuto. Le aziende agricole, i frantoi e alcune piccole imprese italiane che oggi rappresentano in toto il prodotto italiano non hanno forza sufficiente per fare pressione in Italia, né hanno la potenza per comunicarne l’autenticità nei mercati esteri.


Sine qua non

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