Cara mi costò quella acciuga

Una gita sul peschereccio Lupa per capire quanto sia vilipeso il pesce povero


Che notte quella notte, dalle 20 di sera alle 8 del mattino, sul peschereccio Lupa dell’armatore Paolo (con 10 marinai), salpato dal porto di Sestri Levante, per pescare sardine e acciughe. Pesci poveri non sempre disponibili a restare in trappola nelle reti.
Una nottata che mi ha fatto capire molte cose. Inanzitutto quanto poco sia remunerato il lavoro faticoso dei pescatori di quelle specie, che non sono considerate nobili come il branzino, il salmone, il tonno, il merluzzo, l’orata. Pesci di cui ormai il pescato di mare è assai cosa rara, quasi tutto arriva dagli allevamenti.

Purtroppo il consumatore conosce solo queste specie: tutto il resto, cioè quello di miglior qualità, viene disprezzato, così come un tempo lo era per il baccalà o lo stoccafisso. L’esperienza sul Lupa mi ha risolto il mistero, mentre assistevo al ritiro delle reti, di un verso di De Andrè quando canta: “le acciughe fanno il pallone che sotto c’è l’alalunga...” Una metafora perfetta. Il ritorno in panchina è stato ancor più sorprendente e tutto sommato amaro perché mi sono reso conto di quale situazione oggi vivano i pescatori (come gli artigiani del cibo). Una cassetta di acciughe di circa 8 chilogrammi pagata 5 euro (nella notte più o meno sono state pescate circa 500 cassette). Una miseria!

Il mio pensiero è corso subito al prezzo con cui vengono vendute, anche in Italia, le acciughe del Cantabrico, oggi must della gastronomia. Durante un pranzo al Bar Brutal di Barcellona, un’acciuga, ripeto “una”, è costata 7 euro. Certo, quelle acciughe della Lupa devono essere salate e dissalate, ma perché la materia prima ovunque è così vilipesa? 

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