Grai, l'artista dei vini bianchi vintage

In ricordo di Giorgio Grai, fuoriclasse del vino


Quelli che…da casello a casello (libro mitico di Beppe Viola). Mi piace ricordare così un eretico, nonché amico affettuoso, del pittoresco mondo del vino, che ci ha lasciato, ma rimangono i suoi inossidabili vini bianchi che hanno il profumo dell’eternità. Giorgio Grai, un naso e un palato da fuoriclasse, elegante, raffinato, amante del bello e del buono, spigoloso nelle querelle sul vino, nelle degustazioni e su argomenti che toccassero la viticoltura o la vinificazione che non fossero in accordo con la sua etica e filosofia. Ironico, pungente quando non trovasse nel vino e nel cibo il suo concetto di qualità. A un commensale, produttore insistente che chiedeva un suo giudizio sul vino assaggiato, chiese che mestiere facesse, alla risposta il bancario, Giorgio sottovoce replicò: “continui, per favore”. Così, di fronte a un piatto discutibile, si alzò, corse in cucina e al cuoco chiese se amasse cucinare, alla risposta positiva, aggiunse:” allora impari”. Capiva, e non poco, anche di cucina.

Giorgio, ex rallysta, pensava sempre di essere in gara con il suo fido navigatore, così gli appuntamenti con lui erano a orario: appunto, da casello a casello, con tempi impossibili. Lui ci riusciva, ma i rischi per gli amici di essere puntuali non erano indifferenti. Un personaggio rock nella vita, slow a tavola, in cantina e come produttore. Come “enologo”, qualifica che non amava, strapazzava sempre i suoi clienti: svegliava i cantinieri in ore impossibili, voleva il massimo. Non possedeva vigneti, non disponeva di una cantina fissa, addirittura negli anni le sue etichette sono cambiate più volte: prima Bellendorf poi Kehlburg, quindi Giorgio Grai. Ciò che è rimasto inalterato nel tempo è stata la qualità dei suoi vini (Pinot bianco, Pinot nero, Traminer, spumante, Lagrein, Sauvignon). Da sempre è riuscito nell’impresa di mettere sul mercato vini, di cui molto si è discusso e di cui molto ancora si parlerà, a cominciare dallo spumante che ha sempre sorpreso per il rapporto qualità prezzo.

Il suo capolavoro resta aver dato lustro al Pinot bianco, di cui tuttora esistono bottiglie vintage straordinarie, non a caso il mitico enologo russo-americano Tchelistcheff si inginocchiò a Firenze, durante un assaggio di questo vino. L’invecchiamento dei vini bianchi, ritenuto dai soloni convenzionali un’operazione impossibile, è stata una sua grande vittoria, a cominciare dal Verdicchio dell’amico Ampelio Bucci. Il suo “perfido” divertimento era stappare bottiglie polverose, di annate indecifrabili, con le quali sconcertare i presenti per la tenuta. Così come amava sorprendere a cena, quando mostrava la straordinaria duttilità del Lagrein Durkel, servito dall’antipasto al dolce, giocando sulle varie temperature di servizio, versato nello stesso bicchiere. In alto i calici, amico mio, brinderò in tuo ricordo con bottiglie anni Settanta.

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