Alzate il prezzo di quel Prosecco!

Il preconcetto italico che i grandi numeri non contengono qualità


Lo sciovinismo dei francesi, dove tutto va bene Madama la Marchesa; di contro l’autolesionismo degli italiani, in gastronomia e non solo. Questo orgoglio nostrano (si fa per dire) si esprime attraverso alcune scelte, a cominciare dal vino. Il prosecco oggi, il lambrusco ieri, straordinari prodotti che, pur godendo dei favori delle vendite, soprattutto nei mercati esteri, sono discriminati dai nasi raffinati (si fa ancora per dire).

Il tutto nasce dal preconcetto italico che i grandi numeri (la produzione) non contengono qualità. Fuori di metafora, la produzione seriale o industriale non vale un soldo bucato, quella in serie, presunta limitata, invece non ha prezzo. Lo mostrano in modo inequivocabile il livello del fixing delle aste dei vini, dove anche etichette italiane toccano limiti davvero impensati in passato. Rossi e bianchi made in Italy e made in France, leader nelle borse vinicole, sono destinati a caveau dei collezionisti (o meglio degli investitori, alla stessa stregua di oro e diamanti), sempre meno appannaggio delle cantine dei ristoranti. Mi chiedo se il valore espresso dagli indici o dalle aste rispecchi il verace tasso di qualità oppure sia, di contro, la domanda di mercato dei consumatori a offrire il reale valore di un vino, tuttora un prodotto di largo consumo e non ancora un bene rifugio.

Quando sento la magica espressione qualità, mi torna sempre in mente la definizione di un grande enologo francese: “la qualità di un vino, dipende dalla qualità del degustatore, ma la qualità del degustatore…”. Siccome sono convinto della validità di questo assioma, torno al Prosecco e al Lambrusco, bollicine di grande successo di un mercato la cui qualità viene svilita per una evidente mancanza di allure, perché non tocca exploit di prezzo negli indici o nelle aste e, inoltre per la cospicua produzione di bottiglie. Nessuno però mette in dubbio la mancanza di qualità negli altrettanto milioni di bottiglie di Champagne, anzi il fenomeno francese viene preso sempre come esempio nel mondo del vino, dove molte Maison hanno, di fatto, produzioni seriali.

Perché la quantità nel caso dello Champagne non diventa una diminutio, ma addirittura è un plus? La verità è che quando un consumatore, in qualunque parte del mondo, ne assaggia una flute introita anche un territorio splendido, ricco di storia centenaria, di tradizioni nobiliari, di narrazioni ammalianti e di personaggi affascinanti. Un cinema, questo, che intriga non poco il bevitore (da distinguere dal degustatore, of course), perché colpisce l’immaginario, fino a farne diventare una componente della qualità. L’allure, ahimè, non è in vendita; per appropriarsene ci vuole l’imprimatur degli opinion maker per far sì che anche un vino, non ritenuto degno di avere l’appellativo di qualità, possa far parte del ghota.

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