Cosa ci manca di più in questi giorni di quarantena?

Lo abbiamo chiesto a tutti i gastronauti della redazione


Strani giorni, questi. L’isolamento per la pandemia ci pone inevitabilmente di fronte a delle rinunce, la parola d’ordine è resistenza, sperando che verranno tempi migliori. La quarantena ci fa riflettere di quanto alcune cose, che prima davamo per scontate, in realtà non lo sono affatto. E sicuramente stare a casa ci fa provare nostalgia per la nostra libertà. Ma cosa ci manca di più nella reclusione? Lo abbiamo chiesto alla redazione del Gastronauta.

DAVIDE
Cappuccino e Gazzetta
Ho sentito spesso discutere di libero arbitrio, quasi sempre in chiave teologica, l’ho sempre visto come una querelle intellettuale del tipo il sesso degli angeli. Nelle ultime settimane però mi sono reso conto che il libero arbitrio è il mio problema fondamentale. La mancanza di libertà di decidere... "Liberta’ vo cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Mi manca da star male la libertà di decidere di muovermi, di salire in auto per cercare una nuova trattoria, sento la mancanza di gustarmi un cappuccino con brioche al bar, mentre leggo la Gazzetta dello Sport, di mangiare la sera con gli amici al ristorante, con una grande bottiglia di vino rosso. Mi manca il lavoro, la quotidianità dell’ufficio, che in altri momenti è pesante. E la nostalgia di non poter salire sul treno per Firenze per giocare con Olivia e Chiara, le mie nipoti. Insomma, mi sento prigioniero di un virus criminale, ma penso anche che c’è chi lotta per la vita e allora mi arrendo e rinuncio al libero arbitrio.

CRISTINA
I gin tonic digestivi al Bar Basso
Di questo isolamento mi manca la vita reale: non può ridursi tutto a quella virtuale. Mi mancano le scorribande con mia sorella tra le enoteche milanesi di vini naturali, i croissant con chantilly di Toldo e i tortelli della pasticceria Rapisardi, i ravioli di via Sarpi, i piatti della trattoria Mirta, i toast di Varisco, gli aperitivi alla macelleria Maggio, per strada e in piedi. E mi mancano i pranzi della domenica con la mia migliore amica, seguiti da gin tonic digestivo delle 15.00, preso rigorosamente a un tavolino al sole, fuori del Bar Basso, insegna storica della mixologia meneghina (se oggi beviamo il Negroni sbagliato, lo dobbiamo a Mirko Stocchetto, il fondatore). L’alcol è un ottimo alleato della quarantena, ma i cocktail che ci stiamo producendo non saranno mai come quelli del Basso.

SALVATORE
I maritozzi della pasticceria Marlà
Quello che mi manca di più di questo isolamento? Il sabato mattina quando, io, mia moglie e la nostra adorata Adele andavamo alla pasticceria Marlà a fare colazione. Una colazione che ormai era diventata un rito sociale: da South of Prada a Porta Romana per mangiare i buonissimi dolci di Marco e Lavinia, di cui ormai siamo clienti abituali, tanto che sanno già cosa portarci senza nemmeno chiederlo. Per me caffè e Veneziana classica con crema pasticcera, per mia moglie cornetto con crema al pistacchio e caffè. Poi, vuoi andartene senza portare a casa un vassoio con quattro maritozzi? Li ho fatti assaggiare anche ai miei colleghi: è stato un sì convinto. Per quanto tempo possiamo vivere ancora senza i maritozzi di Marlà?

NICCOLO’
L'astice alla catalana della Trattoria del Pescatore
Quello che mi manca di più durante questa quarantena, oltre alla corsa all'aria aperta, è il poter fare una cena tra amici, ridere e scherzare fino a tardi in uno dei miei posti preferiti di sempre, la Trattoria del Pescatore. Mi manca il poter spezzare con le mani il pane e fare un sacco di briciole, il pacchero con calamari, spada e bottarga, ma anche il polpo con le patate, per non parlare dell'astice alla catalana e le infinite bottiglie di Vermentino. Quasi quasi mi mancano anche i minuti di attesa all'ingresso, aspettando che quelli prima finiscano il mirto e liberino il tavolo. Mi manca sentirmi a casa con Giuliano, Mimmo, Puccio, ma tutto tornerà presto come prima, e quando sarà, la cena sarà ancora più buona.

LUCIANO
L'attenzione dell'Osteria Latenasca
Quello che mi manca di più in questo periodo è mangiare all’Osteria Latenasca. Il ristorante, che è anche pizzeria, è da sempre attento alle esigenze di tutti: i piatti vengono studiati anche pensando a chi ha intolleranze e a chi cerca di evitare, per scelta, determinati ingredienti. Per me la cucina deve essere anche una medicina per il corpo e deve essere preventiva per la salute: questo posto rispecchia pienamente la mia filosofia, sia per l’utilizzo di farine particolari (senza glutine, Tumminia, farro monococco), sia per la ricerca delle materie prime, quasi sempre locali. Spero che la quarantena finisca per poterci tornare presto.

MICHELA
Sentirsi a casa da Dina
Farei un elenco infinito di posti del cuore che mi mancano, ma se devo sceglierne uno: è il campanello di casa Dina perché è da un po’ che non ci vado. Tutti la definiscono un’esperienza e, la prima volta, lo è. Poi diventa altro. Per me una casa dove, appena esci, hai subito desiderio di rientrare, con la migliore compagnia. Cantina, veranda o laboratorio. La scenografia potete sceglierla in base a chi condivide con voi la serata e alla sfumatura che volete darle. Vi concedo ancora una possibilità di scelta: il numero delle portate. Da qui in poi abbandonatevi a un susseguirsi di emozioni e sensazioni. Piatti ormai “storici”, nuovi, in lavorazione o improvvisati. Alberto Gipponi osa, e anche parecchio, marcando molto il suo amore per le acidità e amarezze, ma con grande equilibrio. Effetto sorpresa e wow garantito, quasi a sentirvi nel paese delle meraviglie dove tutto è possibile. Genio e grande palato.

ANDREA
A Trastevere da Zia
Cosa mi manca di più? Il posto dove mi sento più a casa e dove mangio molto bene: Zia Restaurant. A mancarmi è proprio quell’esperienza complessa che può offrirti una grande cucina e una grande accoglienza. Uscito dalla quarantena vorrei una cena che sia una coccola a 360 gradi. Un’esperienza che sappia rivalutare l’importanza di scegliere un posto elegante, che sappia accoglierti col sorriso, che sappia mettere a suo agio sia te sia chiunque ti accompagni, che abbia nel servizio la competenza e la giusta dose di informalità, che sappia guidarti in un’offerta gastronomica complessa facendoti scegliere quello che sceglieresti, ma che non sai o non osi scegliere. Un posto che sappia servirti senza che te ne accorgi e che ti stupisca nei sapori e, perché no, anche nel conto finale. Quando tutto sarà finito, andrò a Trastevere e aprirò quella porta pesante che divide il cuore di Roma dal sorriso di Ida Proietti, Antonio Ziantoni e tutto i loro ragazzi.

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