Storia di un luppolo italiano

Una passione che si concretizza, Eugenio e il suo campo di luppolo


Guerda lé, te studie da dutor e pò, invece d'ander in ufezì tot visti bein, et ve a fer al cuntadein”. La nonna di Eugenio non si capacita. Anni di Università per una laurea che lo doveva portare lindo e pulito dietro a una scrivania, ed ora se lo ritrova impolverato e con le scarpe piene di terra di ritorno dai campi. C'è da dire che il nipote è una di quelle persone con una passione e, quando scrivo una, intendo: unica, rara, dirompente. Starebbe ore o giornate intere a parlare (e scrivere per il Gastronauta) di birre, malti, lieviti, stili birrari. E luppoli.

È il 2011 quando i suoi studi in materia incontrano note storiche che documentano un'antica coltivazione di luppolo a Marano sul Panaro, Modena. Affascinato da questa scoperta, fatta praticamente nel giardino sotto casa, va dal sindaco e gli propone qualcosa fuori dagli schemi dell'agricoltura tradizionale locale: una ricerca sui luppoli autoctoni italiani. Non si hanno notizie dell'espressione del volto del primo cittadino di fronte all'audace prospettiva, ma del successivo entusiasmo con cui ha abbracciato l'idea sì. Nella primavera 2012 nasce, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze degli Alimenti dell'Università di Parma, il progetto che ha come obiettivo l'identificazione di varietà indigene interessanti per la produzione birraria. 

La base teorica su cui si fonda la sperimentazione è che il luppolo è coltivato in tutti e cinque i continenti, è una pianta rustica, vigorosa e versatile che, a diverse latitudini, si è adattata e diversificata. La conclusione che ci si attende è che l'elevata biodiversità italiana potrebbe condurre a genotipi ancora sconosciuti, di buona qualità e con proprietà organolettiche originali e distinguibili da tutti gli altri luppoli. I primi esperimenti del resto sono positivi: nelle birre single hop, prodotte con il luppolo indigeno al secondo anno di coltivazione nel campo sperimentale di Marano, non sono emersi i tanto temuti off flavor agliacei e pungenti, spesso attribuiti ai luppoli selvatici. Alcune delle sedici birre testate avevano aromaticità e livelli di amaro più intensi, altre meno, diverse presentavano note piacevoli, resinose, erbacee e citriche. 

"La vera sorpresa c'è stata paragonando due birre uguali, una  però aromatizzata con un luppolo Fuggle inglese, l'altra con uno stesso Fuggle ma coltivato da noi. L'intensità e l'aromaticità di quello coltivato a Marano balzava subito al naso evidente. Insomma la strada è ancora molto lunga e tutta in salita - continua Eugenio -,  ma di sicuro possiamo dire che un luppolo italiano ormai non è più soltanto un'utopia". L’altra sorpresa la diciamo noi. Eugenio Pellicciari è un giovane uomo di 30 anni, che ha girato l’Europa per apprendere i segreti della produzione del luppolo e della birre, per poi decidere di tornare a casa a coltivare la sua passione. Ed anche questa non è più soltanto utopia.

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