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A tavola con le buone maniere

I 50 precetti di Bonvesin de la Riva per comportarsi bene al desco


Che lo si voglia o meno, le buone maniere a tavola rimangono un po’ lo spauracchio di tutti i banchetti. Quante volte capita di non gustarsi appieno una cena, seppur deliziosa, perché si è distratti dalla maleducazione dei commensali? Oppure di trovarsi nella situazione imbarazzante di non sapere come comportarsi e di sbirciare con la coda dell’occhio in cerca di suggerimenti di bon ton? L’educazione dei convitati rientra tra gli ingredienti fondamentali di un’esperienza culinaria gratificante.

Esistono delle regole taciute che codificano il comportamento da tenere a un desco e che già in passato qualche mente illuminata ha pensato bene di mettere per iscritto. Uno dei primi esempi di galateo risale al XIII secolo: è un libello di buone maniere firmato da Bonvesin de la Riva nel 1200 e ripubblicato oggi nella collana Biblioteca Milanese della casa editrice La Vita Felice. Il poema, dal titolo latino (De quinquaginta curialitatibus ad mensam, Cinquanta cortesie da tavola), ma redatto in lombardo, non è indirizzato a cavalieri, aristocratici e feudatari, ma a quella classe borghese di commercianti, insegnanti, medici che andava formandosi e che premeva per entrare nelle corti.

Milanese, allineato ai Visconti, autore di De Magnalibus Mediolani, Bonvesin fu frate terziario dell’Ordine degli Umiliati, fece parte dei Decani dell’Ospedale Nuovo e aiutò numerose istituzioni di carità. Le sue idee religiose e sociali trapelano in maniera evidente dai precetti che raccomanda: carità, rispetto altrui e buoni sentimenti sono i concetti principali attorno a cui ruotano le quartine del frate. Non è un caso che l’esordio delle cortesie è un elogio alla solidarietà: “la prima regola è questa: quando vai a tavola, pensa prima di tutto al povero bisognoso. Quando nutri un povero, tu nutri il tuo Pastore che dopo la morte ti nutrirà nell’eterna dolcezza".  

Molte sono le prescrizioni che invitano alla gentilezza e al contegno: “non affrettarti a prendere posto a tavola”; “siedi a tavola come si conviene, cortese, educato, allegro e di buon umore”; “non riempire troppo la bocca e non mangiare troppo in fretta”; “non sorbire rumorosamente quando mangi con il cucchiaio (l’uomo e la donna che lo fanno, si comportano veramente come fa il maiale che mangia il pastone)”;  “quando sei ospite, non criticare i cibi”; “non mangiare né troppo né poco, ma moderatamente”.

Al di là delle accortezze altruiste e degli ammonimenti sulla misura, dal libro viene fuori uno spaccato della società del tempo: una società che non conosceva la forchetta; che usava il coltello che portava alla cintola per tagliare la carne; che mangiava da piatti collettivi con le mani; si serviva di cucchiai comuni per le minestre e beveva il vino e l’acqua dalle stesse coppe. Non mancano quindi regole che raccomandano all’igiene e che invitano a lavarsi le mani, a non mettere le dita nelle orecchie, nella testa o a non usarli per pulire i denti, a non starnutire, a usare i fazzoletti per il naso. 

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CINQUANTA CORTESIE DA TAVOLA

Scritto da Bonvesin de la Riva, a cura di Matteo Noja

2015 Ed. La Vita Felice-Collana: Biblioteca Milanese

pp. 86 - 9 euro

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