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Metti una sera a cena con un capolavoro di vino

Sauvignon 1991 Josko Gravner, il più grande vino bianco italiano mai prodotto


Gli amici sono amici e se capiti nella loro "casa" in momenti fortunosi può accadere di vivere ricordi straordinari e ormai sempre più rari. Qualche tempo fa decisi di passare a trovare una di queste persone e il destino fece il resto. Si chiama Gualtiero e da poco ha trasferito la sua attività all'interno del centro di milano. Cena lodevole ma non è questo il mio racconto, una bella bottiglia di Barolo del “citrico” Beppe Rinaldi e una partita di chiacchiere con un vecchio amico.

La serata è trascorsa, io e il mio compagno di bevute siamo pronti a lasciare il ristorante quando, nella sua esternazione carica di emotività e stanchezza, il Patron del ristorante ci rivela: "Scusate ragazzi, sono piuttosto affaticato; oggi avevo un tavolo di alcuni amici friulani e produttori di vino e dopo aver aperto qualche bottiglia, verso le 19 si sono alzati e non sono riuscito a riposare".

Nell'elenco delle etichette stappate, una bottiglia m‘illumina con un sorriso. Lo considero uno dei più grandi, forse il più grande vino bianco che l’Italia abbia mai prodotto: Sauvignon di Josko Gravner annata 1991. Gravner Dopo aver confessato la mia inclinazione per quella speciale bottiglia l’oste ritorna al tavolo con un magnum in mano.

Lo riconosco da alcuni metri, fondo bianco, tratteggio verde. Sembra facile da raccontare, ma non lo è. In bocca risulta una sensazione fresca e salina, quasi come quel cocktail, bevuto al baracchino annesso al mercato del pesce di Catania, che ti disseta, composto semplicemente da soda, limone spremuto e sale. 

L’equilibrio dopo oltre 20 anni è presente e rassicurante e parla di un vino che non teme certo un ulteriore invecchiamento. Ritorno alla tavola dopo essermi preso qualche secondo per me, per quello che credo sia un capolavoro dell’enologia italiana. Il mio pensiero però si fa lievemente amaro. Perché? Cosa spinge un produttore che è capace di interpretare territorio e vitigno con una tale grandezza a muoversi oltre?

La risposta ha chiaramente a vedere con l’etica e la naturalità del vino, nel suo nuovo approccio alla genuinità di ciò che viene imbottigliato.  Non nascondo di essere affascinato da quei pochi e molto attenti produttori che vivono la loro vigna come la vita, nel rispetto degli equilibri sottili che la natura pone ma non posso neanche fare a meno di sentire un richiamo decisamente forte e nostalgico che il mio palato (da allora ed ancor di più oggi) non vuole dimenticare.

Leggi gli altri articoli sul vino di Federico Graziani

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