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Quel Nebbiolo che sa tanto di Barolo

Giuseppe Rinaldi e l’espressione più autentica delle Langhe


Ci sono delle sere in cui hai bisogno di certezze: hai deciso cosa vuoi mangiare a fatica, dibattendoti tra un piatto succulento e autunnale versus qualcosa che invece riporta ancora al pensiero dell’estate. Hai deciso di bere poca acqua, senti la necessità di un vino sincero, di un vino che non sbaglia, qualcosa che emoziona dentro. È allora che, scorgendo il nome dalla carta dei vini, accenni un lieve sorriso di soddisfazione e il tuo viso, nonostante la stanchezza di una settimana molto intensa, inizia a distendersi e ad apparire più luminoso.


L’etichetta è quella di sempre, primi Novecento, ormai riconoscibile agli enofili da sei metri di distanza. Il carattere rigido e austero, che odora di passato remoto, esaltato dalle sfumature d’oro. Lo guardi, lo muovi leggermente nel bicchiere e ti parla già in modo chiaro. Il colore è quello vero del Nebbiolo, rubino trasparente di rara raffinatezza e pregio. Profumo di frutta e terra, meticolosamente fusi, a cui seguono sensazioni gessose e lievemente ermetiche come quelle che ricorda un giovane Barolo di Serralunga d’Alba.

Il palato è ancora un poco rigido, tende ad aprirsi molto lentamente, allo stesso modo del fratello maggiore (il Barolo Brunate-Le Coste) e impone tranquillità e tempo. Non è un vino da assaporare in modo distratto né uno da concorsi e confronti con altre etichette. È invece un vino che si apre lentamente e che il giorno successivo dona maggiori soddisfazioni dell’istante in cui è aperto.
Un vino che hai la possibilità di provare, proprio come Giuseppe, detto Citrico, ti ha insegnato ad apprezzare alcuni anni or sono, quando a quel tavolo, insieme allo straordinario Teobaldo Cappellano a Maria Teresa Mascarello e Aimo Moroni, lui si accingeva a versarne una discreta dose nella fondina del brodo ancora bollente. Un gusto unico, da ripetere a casa, in una occasione speciale, ricordando quel meraviglioso incontro.
 
Leggi gli altri articoli sul vino di Federico Graziani

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