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Sindrome da accumulo di prodotti gastronomici

Quando la passione gourmet diventa un disturbo compulsivo dai chiari connotati


la mitica Pina del Rag. Fantozzi, abbia una tresca con il titolare della gastronomia del quartiere.


A scanso di equivoci, ho cercato in giro un’analisi sintomatologica del Disturbo Accumulativo da Giacimento Gastronomico di Nicchia (che da adesso in poi, per convenzione, chiamerò DAGGN tanto per inserire una sigla in più tra DOC e DOCG), non trovandola, mi sono decisa a crearne una che attinga alla mia esperienza. Le domande a cui rispondere per sapere se siete stati colpiti dalla malattia sono:





1. Intrattieni conversazioni metafisiche sui tagli di carne con il macellaio e lo costringi a vendertene una ventina, per preparare il brodo come da ricetta del trisavolo dell’Artusi?


2. In cantina i salumi dai nomi impronunciabili fanno a gara in quantità con le punte del trapano della cassetta degli attrezzi?


3. Un ripiano del frigorifero è dedicato a marmellate il cui gusto più classico è “Fico d’India della Barbagia incrociato con Visciole di Cantiano”?


4. I tipi di pasta a tua disposizione sono talmente tanti che non ti ricordi l’ultima volta che hai cucinato uno spaghetto tout court?


5. Il periodo natalizio o pasquale lo passi ad acquistare e comparare panettoni/colombe di pasticceri ad un raggio di 100 chilometri dalla tua abitazione?


6. Conservi in cassetta di sicurezza una selezione di cioccolati fatti con cacao purissimi provenienti da isole remote non ancora scoperte da Colombo o Magellano?


Se almeno ad un paio di queste domande avete risposto in maniera affermativa, fate pure outing: anche voi siete portatori sani di DAGGN.


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