Se l'etichetta racconta

Immaginare la storia che si nasconde dietro l'etichetta di un vino


La lettura del libro del regista Paolo Sorrentino Gli aspetti irrilevanti, dove immagina la vita di 22 persone ritratte da un fotografo, mi ha intrigato. Un gioco che, a dir il vero, faccio spesso anch’io in treno o in metro, mentre osservo il vicino. È chiaro che un regista meglio di ogni altro può costruire, da una faccia, una sceneggiatura, mentre ad altri forse non resta che immaginare il mestiere, la provenienza e poco più. Comunque le pagine di questo libro mi hanno ricordato un mio transfert che faccio su vecchie annate di vino che, di volta in volta, degusto. Più che il personaggio, in questi casi, penso al contesto, a una realtà lontana che non mi è appartenuta.

Come nel caso di Chateau Margaux 1945, un vino straordinario che, a suo tempo, mi è stato regalato da uno degli chef più prestigiosi, lo svizzero Frédy Girardet. Ebbene, mi sono chiesto, visto l’anno 1945, dunque sul finire di una guerra cruenta, quale fosse l’animo di quei contadini, mentre vendemmiavano quelle uve, soprattutto perché il territorio di Bordeaux era stato per un paio di anni sotto l’occupazione militare tedesca. Quel vino, quel grande vino 1945, ho immaginato fosse una liberazione, un simbolo della rinascita di quei territori. Chissà quale ricordi ancora potrebbe scatenare il primo sorso di quell’annata ai protagonisti di quella Mason o magari a qualche figlio nato in quegli anni allora in Borgogna! Un’etichetta che rappresenta una nuova storia, una nuova vita, dopo che quei vigneti sono rimasti silenti e impotenti per qualche anno.

Un rosso che mi ha trascinato a un’altra storia, a un’altra etichetta: Krug, lo champagne per antonomasia. Ebbene, un giorno del 1980, Remy Krug mi fece assaggiare alla cieca una bottiglia ancora superba, ma lo sbalordimento fu quando mi raccontò che apparteneva a un lotto del 1939 di mille infossate dal padre per non farla razziare dai tedeschi presenti nelle terre di Champagne. Così la memoria corre a quei momenti di terrore, caos, fuggi fuggi, ma Krug riesce ad avere la lucidità di voler difendere il proprio lavoro e la passione messa nella produzione di quelle bottiglie. Un modo per non lasciarsi sopraffare dall’invasore. E sì, le etichette possono raccontare, così come le facce.

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