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Beirut da gran vini

Miti dal vino


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Il mito è solo e soltanto un fenomeno della cultura di massa, come ha sostenuto il sociologo-semiologo Roland Barthes nella raccolta di saggi “Miti d’ oggi” (in cui un capitolo è dedicato al vino), oppure possono anche vivere miti di nicchia, a cominciare appunto dal vino o dalla cucina?
Mi sono chiesto, risfogliando le pagine di Barthes, capitato fra le mie mani, sistemando i miei libri d’antan: chi sono i cult nel mondo del vino? Subito compaiono in memoria i nomi di alcuni francesi della Borgogna e del Bordeaux, qualche italiano, un paio di griffe sparse, insomma  un elenco ben definito.

Ma non è così ovvio se, nell’elenco aggiungiamo un produttore addirittura libanese, paese di cui purtroppo si parla sempre di guerre, attentati forse troppo poco di altre cose: la raffinata cucina, Beirut, città caleidoscopica etc.
Si tratta di George Hochar, proprietario di Chateau Musar, azienda fondata nel 1930, le cui cantine, spesso sono state usate come bunker durante i bombardamenti. E nonostante una situazione, spesso di emergenza per i combattimenti, Chateau Musar (deriva dall’arabo Mzar dal luogo in cui si trova un’antica fortezza) ha continuato sempre a produrre i suoi vini (le eccezioni sono il 1976 e il 1984) nella valle della Bekaa, a 25 miglia da Beirut, dove i vigneti, in terreni argillosi e sassosi esistono da secoli, sono ad un’altezza di mille metri, a ridosso dei monti del Libano.
I vini di questa azienda libanese, ottenuti con vitigni, in prevalenza, di origine francese, circa 180 ettari, frutto di una produzione media per ettaro molto bassa: dai 15 ai 30 ettari, sono diventati appunto un cult di appassionati di tutto il mondo a cominciare dal rosso Chateau Musar, ottenuto da un assemblaggio (cabernet sauvignon, carignan e cinesault).

Un vino che “invecchiando migliora”, di cui si possono assaggiare tuttora bottiglie perfette degli anni’ 70, ma qualche fortunato come Antonio Santini, patron del Pescatore di Canneto sull’ Oglio, ha avuto in cantina pure annate degli anni ’50. E proprio in questo locale ho scoperto questa chicca libanese, una ventina di anni fa un 1977 (una delle annate più strepitose), servito con capretto arrosto con salsa alla diavola. 
Le sfumature di questo vino, ovviamente cambiano, a seconda delle annate, resta sempre comunque un vino dal sapore “poliedrico” e dal profumo “camaleontico”; all’apertura presenta un odore “animalesco”, unico, che poi sparisce lasciando spazio ad una sensazione di freschezza, armonia e a mille sfaccettature speziate. Così l’ultimo assaggiato, il 1998: vino complesso e ricco, perfetto matrimonio tra dolcezza, potenza e mineralità .

Non solo rosso. Dalle cantine della famiglia Hochar, infatti esce anche un grande bianco, Chateau Musar White, ottenuto da vitigni autoctoni Obaideh (simile allo chardonnay) e Merwah (ricorda il sémillon), lavorati in biologico. Si può dire un bianco anomalo perché, indipendentemente, dalle diverse annate; una volta assaggiato è unanime il giudizio: trattasi di un rosso travestito da bianco. Anche il “White” ha la caratteristica della casa: la grande potenzialità di invecchiamento che permette, ai molti appassionati di Chateau Musar, di riassaggiare le evoluzioni nel tempo dei vini. Sine qua non 

Davide Paolini 

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