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Chi ha bevuto tutto il vino?

I ristoranti si lamentano del calo dei consumi e poi in giro non si trovano le annate più recenti


Avrei voglia di convocare Trilussa per una seduta spiritica, dovrebbe risolvermi un dubbio statistico, perché il poeta ha ben identificato, a suo tempo, i consumi di pollo. Il mio interrogativo tocca la domanda di vino rosso, bianco e bollicine. Sì, perché soprattutto i ristoratori, osti e trattori lamentano da tempo un grande calo di consumo da parte dei clienti, riversando colpe sull’etilometro, sulla crisi e sul caro etichette. Una realtà, quella del ber meno, rispetto al passato, che trova riscontro proprio nelle carte dei vini, soprattutto in quelle divenute bibbia negli anni d’oro, dove, per trovare un rosso o un bianco di un’annata da Guiness, era necessario passare larga parte della cena o del pranzo.


Così sfogliando, noto sempre più che, nelle pagine speciali (quelle riservate ai grandi vini), l’ultima annata presente nella carta è sempre più lontana nel tempo. Un indizio chiaro e lapalissiano che quelle etichette non sono state “rincalzate” dalle nuove annate, già poste sul mercato dai produttori. La conclusione è davvero elementare “Watson”: non c’è domanda da parte dei clienti (o, in qualche caso, manca il soldo al ristoratore), per cui l’approvvigionamento è rimandato a tempi migliori. Nel frattempo però ciò che si è acquistato resta come “magazzino”, quindi un valore che pesa sui bilanci a fine anno. Lo stesso profumo di “rimanenze” l’ho avuto girovagando in enoteche e Gdo (sì, perché anche qui ci sono ormai i grandi vini, nonostante molti produttori mostrino, apparentemente, una certo idiosincrasia snobistica…) dove però l’arte dello sconto è di casa, non fa povero, anzi attira. 


Fatte queste considerazioni, sono stupefatto nell’apprendere dai consorzi dei marchi territoriali più importanti il tutto “esaurito”. Allora dove sono finite tutte le bottiglie di Amarone, Brunello di Montalcino, Barolo e Barbaresco, i vini siciliani di Nero d’ Avola o di Nerello Mascalese, i franciacorta Docg, i Trento classico? Addirittura dalla Valpolicella giungono cifre entusiasmanti: piazzati 13 milioni di Amarone, 25 milioni di bottiglie Ripasso; il Brunello metterà sul mercato per l’annata in uscita (2008) un milione di bottiglie in più. 


Per non accennare ai trionfi del prosecco, ormai incoronato come traino del made in Italy nel mondo, con previsioni di cifre miliardarie (in bottiglie) fra una decina d’anni. Se le cifre sono vere (non le metto in dubbio!) significa che i marchi finalmente fanno aggio sulle bottiglie firmate da enologi o winemaker, protagonisti della scena vinicola fino a qualche anno fa.

Viene da chiedersi allora se tutto questo ben di Dio venga consumato all’estero (così come le bottiglie con più zeri, anche in Italia, siano trangugiate solo da russi, giapponesi e indiani), o la ristorazione e la distribuzione non raccontano il vero, cioè piangono sul copione di sempre. Che la crisi al ristorante sia un’Araba fenice solo per giornali e televisioni?. Insomma un bel cruciverba.


Sine qua non

 

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