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Cibo senz'anima

Nell'attuale società dello chef-system il cibo non è più piacere sensoriale e convivialità, ma un medium per poter dialogare sui social network con un linguaggio di segni


Il cibo riporta al sistema metodologico delle monadi di Leibniz secondo cui ogni monade è unica, ma non ci sono due monadi uguali tra di loro. Così il cibo, nell’accezione comune, è una sola cosa, ma le valenze o i centri puntiformi di forza sono davvero molteplici. È infatti sacro in religioni seppur differenti (Bibbia, Corano, etc.), fonte di guerre per la sopravvivenza (l’assalto ai forni di manzoniana memoria), causa di battaglie sociali (lotta per la fame nei paesi più sfortunati), nonché principio di piacere e di convivialità, ma pure origine di allergie e di intolleranze, medium di comunicazione dei territori, protagonista del costume.
 

Non esiste un altro fenomeno con tante sfaccettature così complesse, ma al tempo stesso così influente per le comunità. Infatti moda, musica, arte, design, cinema sono monadi senza porte né finestre, mentre il cibo comunica in ogni attimo della nostra vita senza soluzione di continuità. È davvero bizzarro che nella cronaca quotidiana si colga solo un aspetto sovrastrutturale del cibo: il gusto; in alcuni casi, estremizzato quando si trasforma in sazietà. Sì, perché la scoperta di dolce, salato, acido e amaro (ma ormai possiamo pure aggiungere l'invenzione giapponese dell’umami, il quinto gusto) quando si “trangugia”, o meglio quando si mangia con la pancia, sono un qualcosa a cui non si offre ascolto.
 

Al centro dell’attenzione, nell’attuale società dello chef system, purtroppo è ormai solo lo spettacolo, la forma, l’apparenza. Ovverosia diventa cibo inanimato, senz’anima; a tavola è oggetto di posa da fotografare con il telefonino. Non ha più un sapore, un profumo, non è più una curiosità da scoprire.

Il cibo si trasforma così nel godimento di mettere in rete quell’oggetto chiamato pietanza, medium per poter dialogare con un linguaggio di segni (e non di sensorialità, come è normale a tavola), fatto di “mi piace”, da condividere con “amici” su facebook o su whatsapp. 
 

L’importante è “partecipare”, non godere di quel piatto. Potrei azzardare un ossimoro: il dialogo tra autore della foto e rete diventa una “nuova” e astratta forma di convivialità “digitale”, ma in quella “natura morta”, ahimè, è assente il piacere sensoriale. Così va il mondo!


Sine qua non 

 

 

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