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Il barnum della gastronomia

Tutti alla corte del nuovo Dio Cibo, ma senza cultura del prodotto e della materia prima


In comunicazione viene chiamata «ridondanza», nelle chiacchiere di bar si dice «il troppo stroppia». Questi diversi riferimenti, ma comprensivi del colto e dell'inclita, sono riservati alla grande orgia sul cibo a cui stiamo assistendo. Forse, visto l'argomento, è meglio definirla grand bouffe, dal titolo di un noto film di Marco Ferreri. chef, ricette, fuochi, padelle, ristoranti, vino sono diventati attori della scena mediatica, nonché veri e propri protagonisti dei dibattiti negli uffici, nei negozi, negli incontri serali tra amici, al cellulare, su Facebook, su Twitter. Si mangia mentre contemporaneamente si parla già di altri locali, di cuochi e ricette (non a caso E. Kostioukovitch, scrittrice russa, ha scritto «gli italiani parlano sempre di cibo»).

I giornali, siano essi quotidiani, settimanali, mensili, trimestrali o magazine di moda o di gossip offrono, attraverso nomi noti, consigli e ricette a gogò. Si apre la televisione e, voilà, in qualsiasi canale paesano, nazionale, internazionale, eccoti lo chef o lo spadellatore o giocoliere della padella che detta il suo verbo mentre lo spettatore prende appunti... ma si potrebbe pensare che la lezione venga poi eseguita nei fornelli di casa. Niente di tutto questo: il giorno dopo al supermercato o meglio al discount, si passa all'acquisto di piatti pronti per tutta la settimana. Il surgelato non tramonta mai. E come giustamente ha scritto nel suo Facebook un famoso chef (che poi ha rinnegato in radio la metafora ben azzeccata): «Imparare a cucinare in tv è come imparare a far l'amore con la pornografia». Potrei aggiungere che pure larga parte dei ricettari, soprattutto di archichef, sostituiscono nelle librerie casalinghe, le famose enciclopedie di legno d'antan...

Addirittura lo schermo televisivo ha prodotto un altro divertente fenomeno che ricorda da vicino Lascia o Raddoppia dei tempi d'oro o il Festival di Sanremo degli anni Settanta-Ottanta, ovverosia gli strascichi delle discussione del giorno dopo. Lo ha generato la trasmissione Masterchef che va oltre la cucina, per fortuna. Non si cerca di "insegnare", ma di provocare un vero e proprio tifo sui concorrenti da parte dello spettatore, facendo discutere sul possibile vincitore, piuttosto che sui piatti. La grande bouffe si riscontra pure in libreria (il Salone del libro di Torino 2013 non a caso dedica una sezione speciale alla cucina) dove ogni giorno arrivano nuovi titoli, soprattutto ricettari, scritti da attori, veline, presentatori.
Non mancano i ricettari di famiglia (saranno veri?), a forma di quaderno e ultimamente il filone "salutistico": medici, infermieri, barellieri, massaggiatori. Tutti alla corte del nuovo Dio, il Cibo.

Il vero peccato, assai grave, è che al tavolo dei convitati alla malbouffe (titolo più appropriato tratto da un dossier di Jean Claude Jaillette sulle truffe dei prodotti), manchi la cultura materiale dei cibo: l'agricoltura (dimenticata "colpevolmente" anche dalla politica), il territorio, la filiera, le materie prime, gli ingredienti... L'uomo infatti non è ciò che mangia, ma ciò che immagina di mangiare. E appunto gli scandali continui che emergono su salumi, formaggi, pesce e carne lo dimostrano. E anche alcune produzioni bio non sfuggono purtroppo dalla malbouffe, ma sono trattate con mano più leggera (esclusa un'approfondita inchiesta della trasmissione Report di qualche anno fa).

La vera cultura del cibo è nei prodotti e dentro le materie prime, manipolati più o meno bene dall'esercito dei cucinieri. Purtroppo sempre si cerca di nobilitare l'atto finale del cucinare, c'è chi fa perfino le analisi semiologiche della scrittura dei menu, qualche volta assurdi. Il barnum del cibo, si avvicina "al crepuscolo degli chef": un fenomeno cresciuto troppo in fretta, senza fondamenta culturali.

Sine qua non

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