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Palermo col Botto

Ricordo di un capodanno all'Approdo Ristorante Renato di Gianrodolfo Botto


L’abbondante caduta di neve e l’arrivo dell’ultimo dell’anno mi hanno ricordato un bizzarro personaggio siciliano, che all’inizio degli anni Novanta ha segnato la ristorazione palermitana, Gianrodolfo Botto, patron dell’Approdo Ristorante Renato.

Verso la fine di dicembre 1992 decisi di trascorrere la fine di quell’anno nell’isola di Lampedusa, priva di villeggianti, per fuggire dagli affollati locali, dai balli e dai botti. Così, dopo un paio di giorni piacevoli (non era ancora tempo di sbarchi), il 30 dicembre improvvisamente cominciò a nevicare e a fare molto freddo, soprattutto in albergo, dove non c’era traccia di riscaldamento. Fortuna volle che il 31 sarebbe partito l’ultimo volo dell’anno per Palermo, con qualche posto disponibile.

Non avevo altra soluzione. Così sono arrivato a Palermo, senza prenotazione alberghiera e soprattutto senza un tavolo per la cena. Una telefonata al mitico Botto, di cui più volte avevo frequentato l’interessante locale, risolse i miei problemi, soprattutto il cenone nel suo ristorante. L’Approdo allora era il locale più intrigante di Palermo, sebbene fosse nella zona della contrada Romagnolo, quasi una palafitta sull’acqua vicino a una spiaggia. Un locale che mi aveva sbalordito già alla mia prima visita in cantina, mi pare contenesse 89/90 mila bottiglie (pochi in Italia potevano vantare tanto), di cui larga parte riservata alle grandi annate dei più prestigiosi produttori di Barolo. Gianrodolfo era un amante di questo rosso, nonostante la sua cucina fosse autentica siciliana e voglioso di servirlo in maniera professionale. Così il carrello in sala, super attrezzato per assaggiare i vini prima di essere versati. La carta addirittura conteneva, per ogni vino, la descrizione del vigneto, la provenienza delle uve, la gradazione, i principali accostamenti suggeriti e non mancavano carta degli oli e degli aceti (allora pura avanguardia).

Grandi vini, ma la cucina non era da meno. Botto, grande affabulatore, raccontava di un ricettario antico, segreto, in realtà era “I profumi di Sicilia” del generale Giuseppe Coria. I piatti, di cui ho tuttora ricordo dell’Approdo, sono diversi: il calamaro intero fritto con una profumata salsa di mentuccia; i pirciati (bucatini) con le sarde; il pesce azzurro in agrodolce (saradusù); la pasta Renato alla scogliera con salsa di caciocavallo ragusano stagionato; trancio di pesce con salsa alle mandorle. Questo “patron”, dopo pochi anni di attività, nel 1998, a seguito delle sue follie negli investimenti di vino, ha chiuso i battenti anche dopo un tentativo di salvataggio di una banca. Più volte poi Gianrodolfo mi ha avvisato di una nuova prossima apertura, che non è mai avvenuta, così come il mistero della fine della sua cantina. Da allora, ahimè, non ho avuto più sue notizie.

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