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Quel minestrone delle elezioni

Difficile identificare delle preferenze alimentari che corrispondano all'orientamento politico


Sembra un argomento farlocco, ma in Francia, uno dei più prestigiosi gastronomi del passato, Maurice Edmond Saillard, meglio noto come «Curnonsky», ha scritto un saggio divertente e approfondito, sul finire degli anni 50, descrivendo un ipotetico emiciclo delle preferenze alimentari dei francesi sul modello dei partiti politici.


Curnonsky colloca la cucina accademica (nazionale) francese all'estrema destra dello schieramento, individuandola nelle ambasciate, nei grandi alberghi internazionali (piatti quali l'astice alla Thermidor, timballo alla Talleyrand, sella di vitello alla Orloff) mentre riporta alla destra la cucina borghese delle tradizioni regionali, ricca di pietanze che «abbiano il gusto di ciò che sono» senza variazioni e innovazioni. Una tendenza che ricorda molto da vicino la cucina di Pellegrino Artusi, sebbene il gastronomo romagnolo avesse scritto il «suo testo sacro» qualche decennio prima del saggio di Curnonsky. 

, svelta e senza complicazioni: una omelette, una entrecote cotta a puntino, una coscia di coniglio, un trancio di prosciutto o di salsiccia. Forse questo spaccato può oggi essere identificato con il fenomeno della bistromania anche adesso assai diffuso a Parigi. Mentre colloca nell'estrema sinistra i fantasisti, gli inquieti, gli innovatori sempre alla ricerca di sensazioni e di piaceri inusitati, allettati dalle cucine esotiche e dai piatti nuovi. Chissà se questo illuminato critico non preludesse alla nouvelle cuisine, ma, ahimè, così lontana da questo movimento politico che poi dette vita al '68.


Il modello d'interpretazione politico-gastronomica di Curnonsky può essere applicato alla realtà italiana? Direi proprio di no. Innanzitutto non abbiamo mai avuto una cucina accademica, abbiamo certamente una corrente di tradizioni regionali, o meglio comunali, ma il minestrone o la pasta e fagioli, i cappelletti o la pasta con la pummarola, la pasta fatta in casa o il baccalà... e altro vengono rivendicati sia da destra, sia dal centro che da sinistra.


Forse Gaber quando colloca il culatello a destra e la mortadella a sinistra è spinto da una questione di prezzo, ma nella bassa parmense forse molte persone di sinistra ritengono questo prezioso salume un fatto loro, mentre magari respingono la mortadella. Non solo, la cucina innovativa, destrutturata, molecolare non credo siano da identificarsi, in Italia (e forse anche in Francia) con l'estrema sinistra, solo perché ricca di creatività. Si può forse più accostare alla cucina di osteria che ha vissuto un grande revival, grazie alla nascita del movimento Arcigola (ora Slow Food). Oggi forse, più che in passato, in particolare in Italia, visti gli schieramenti delle elezioni 2013, è quasi impossibile individuare la cucina con il futuro emiciclo. È impossibile distinguere tra filoni culinari tra centro e destra, così come tra sinistra e estrema sinistra. E poi come mangia il movimento dei grillini? Si rifa alle ricette dei blogger (chissà cosa penserebbe Curnonsky)? E il movimento «Fermare il declino» in quale cucina lo collochiamo, in quella territoriale per bloccare i seguaci di Ferran Adrià? Ma forse quando si parla di territorio potrebbero insorgere i leghisti... Ma dimmi come mangi ti dirò come voti, si può? 


Sine qua non

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