Jamie Oliver, il Peter Pan della cucina italiana

Il fenomeno inglese celebra la tradizione culinaria nostrana meglio di qualsiasi dei nostri chef, Bottura compreso



Mi sono recato in pellegrinaggio da Jamie’s Italy a Convent Garden, spinto da diverse curiosità. La prima è per così dire patriottica: mi interesso di Italian Food da una vita e mi costerna constatare che è un giovane e brillante cuciniere di Sua Maestà britannica l’ambasciatore dell’Italian Food nel Regno Unito, o forse nel mondo intero. Un secondo motivo d’interesse è puro gossip: secondo una recente classifica pubblicata da Forbes, Jamie Oliver, non ancora quarantenne, sarebbe il secondo chef più ricco del mondo, superato dal solo nippo-hawaiano Alan Wong. Chapeau: la sua fortuna surclasserebbe i vari e (più o meno meritatamente) pluridecorati Ramsey (terzo a notevole distanza), Batali (nono), Ducasse (decimo), Nobu (dodicesimo), Bastianich (solo ventesima). Che la classifica sia veridica o meno, ha comunque fatto rumore e suscitato scalpore (la sola cosa che non ha fatto notizia è che tra i primi 21 più ricchi cuochi del mondo gli italiani hanno brillato per la loro malinconica assenza). La terza ragione è professionale: mi occupo di marketing e Jamie Oliver è un case history che tutti coloro che si occupano di cucina, ristorazione e trasmissioni gastronomiche dovrebbero studiare e imparare a memoria. Esiste al riguardo un libro molto istruttivo e ben documentato, «The Unauthorized Guide To Doing Business the Jamie Oliver Way: 10 Secrets of the Irrepressible One-Man Brand»  di Trevor Clawson, che rivela il decalogo di marketing seguito da Oliver nella sua scalata al successo.

Un’ulteriore fonte di curiosità è di ordine mediatico: Oliver è un antesignano della «starizzazione» degli chef ma, a differenza di tutti gli altri, non è un personaggio creato dalle televisioni per recitare un copione preconfezionato (come lo sono Gordon Ramsey e le sue pallide controfigure italiane), ma è un autodidatta di genio che si è inventato e reinventato da solo come star mediatica e opinion leader. L’ultima e più importante motivazione che mi ha condotto a pranzare da lui è squisitamente gastronomica: personalmente ritengo che il suo libro «Jamie’s Italy», meravigliosamente illustrato e scritto con passione e devozione, anziché con la supponenza che contraddistingue gli chef nostrani, sia il migliore ricettario di cucina italiana degli ultimi vent’anni, che fa impallidire di vergogna e di insipienza tutte gli altri manuali e prontuari pubblicati sull’argomento. 

Qual è la differenza? Che da noi ogni chef (già il nome fa ridere, come un sarto che vuole per forza atteggiarsi a stilista) non vuole trasmettere un sapere, affinato di generazione in generazione, ma vuole intestarsi le ricette come opera di genio. Non importa che si tratti di una ricetta ultra-tradizionale, la cosa importante è che sia reinterpretata, personalizzata, griffata alla fine dei conti, esattamente come fanno i creatori di moda sui loro capi firmati (anche se si tratta di jeans, slip o T-shirt). Ma il logo commestibile a me riesce indigesto: sono stato la prima (e mi auguro l’ultima) volta nella mia vita da Bottura, alla rinomata Osteria Francescana in quel di Modena (inspiegabilmente incensato come il migliore ristorante d’Italia dall’improbabile guida dell’Espresso e come terzo del pianeta dall’ancor più opinabile guida dei 100 migliori ristoranti al mondo: peccato che ne potrei indicare almeno novantasette migliori di lui, di cui una mezza dozzina a Modena e dintorni). Ebbene, il genio di turno mi propina un ragù di carne ovviamente (e sciaguratamente) reinterpretato a modo suo, il cui unico effetto è solo quello di rimpiangere il ragù ruspante e autentico che una qualsiasi rezdora di Modena, Parma e Reggio-Emilia farebbe mille volte meglio. Potrei continuare i cahiers de doléances della deludente esperienza al ristorante di Bottura, ma per carità di patria mi fermo qui. 

La cosa che realmente fa la differenza è precisamente Jamie Oliver: mentre Bottura, o chi per lui (la differenza è davvero inessenziale), rimarrà in balia delle strampalate guide pseudo-gastronomiche buone solo per accalappiare i gonzi, Jamie Oliver visita la penisola con l’umiltà e la tenacia dell’apprendista (nel senso nobile che questo termine aveva nel le botteghe rinascimentali). A differenza degli chef nostrani, Oliver non è «nato imparato», ma esplora l’Italia per apprendere i segreti e le astuzie che si tramandano di loco in loco, di generazione in generazione. Il suo reportage (direi più il ricettario «Jamie Italy» che non la serie tv «Jamie’s Great Italian Escape», un po’ loffia al confronto) è un capolavoro assoluto: intendiamoci, non è un rendiconto fedele al 100% alle ricette tipiche regionali italiane (Oliver sembra amare più degli italiani le nostre erbe aromatiche che piazza un po’ dappertutto, per quanto mai a sproposito), ma è scritto come se lo fosse. Non è «la versione di Oliver» della cucina italiana, ma la celebrazione della cucina regionale italiana vista da un cuoco straniero in pellegrinaggio nel Bel Paese, un Grand Tour tra i suoi colori e i suoi sapori, l’inventario ammirato dei suoi semplici tesori, senza che mai l’autore senta il bisogno di specificare che si tratta di una ricetta reinterpretata, reinventata, personalizzata (che la trasformerebbe in un falso in piena regola).   

È lo stesso approccio che Jamie Oliver ha adottato nella sua catena di trattorie italiane d’Oltremanica e altrove: Jamie’s Italy. Dove serve una cucina semplice, saporita, ruspante, accessibile, senza fronzoli e senza imbellettamenti, che la scenografia del locale – a tutti gli effetti una trattoria italiana colorata, allegra e accogliente – ritrae con calligrafica efficacia. Ho provato le pasta allo stufato di coniglio, squisita, e una porchetta croccante, che era semplicemente meravigliosa. Come un Peter Pan, che non vuole rinunciare a provare meraviglia di fronte a cibi e pietanze, che antepone il sapore all’autore, il casereccio al prelibato, la trattoria al ristorante stellare, Jamie Oliver ha riscoperto l’isola che non c’è (o per meglio dire che non c’è più, assassinata dal delirio megalomane degli chef): la cucina rustica italiana. 

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Luca Vercelloni è fondatore e proprietario di Brandvoyant, agenzia internazionale di ricerche di mercato  e consulenze strategica. Allievo di Gualtiero Marchesi , con cui ha scritto “La Tavola imbandita” ha affiancato all’impegno professionale l’interesse per gli aspetti sociali e culturali dell’alimentazione e della cucina, che ha fatto oggetto di attività accademica e saggistica. Tra le sue pubblicazioni recenti «Viaggio Intorno al Gusto. L’odissea della sensibilità occidentale dalla società di corte ai giorni nostri», Milano, Mimesis, 2006.

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